Intervista ad Aurelio Paviato

di Alex Rusconi

La tua vittoria la concorso FISM del 1982 ti ha elevato a Campione del mondo di micromagia, un risultato importante che ha onorato e onora il nostro paese. Quanto ha influito sulla tua vita di prestigiatore e di uomo, tale riconoscimento?

Come persona, nel mio mondo interno, non mi sembra abbia cambiato molto.

Professionalmente è stata certamente una grande soddisfazione e si è trattato di un riconoscimento che mi ha confermato nella strada che avevo iniziato a seguire, ovvero quella dello studio analitico della prestigiazione, curando e prestando attenzione tanto alle tecniche di esecuzione quanto agli aspetti della comunicazione interpersonale. Già prima di ottenere tale riconoscimento, dopo aver usufruito, in ambito locale, dell’importante aiuto ricevuto da molti amici del Clam di Milano(Vinci, Parea, Mantovani, Wolf, Bossi, Bai), sempre alla ricerca di nuovi contatti a me affini ero giunto prima ad incontrarmi con persone quali Roberto Giobbi, Juan Tamariz, Arturo de Ascanio, Camilo Vazquez, poi, sempre più, a conoscere ed a condividere le idee della Escuela Magica de Madrid.
Oggi, in più, ho la fortuna di aver trovato dei preziosi amici ed interlocutori in coloro che hanno accettato di formare l’A.S.A.P. (l’Accademia per lo studio dell’arte della prestigiazione), un piccolo gruppo di lavoro che, grazie alle specifiche competenze individuali, esplora diversi aspetti dei temi e dei giochi di volta in volta scelti. Credo, per esempio, sia veramente utile poter contare sulle conoscenze e sulla documentazione storica che può vantare un uomo come Vanni Bossi o, quando si vogliano affrontare gli aspetti di comunicazione interpersonale, sia prezioso poter usufruire della competenza che hanno maturato persone come il prof. Pietro Fancini (psicoterapeuta) ed il prof. Luigi Longhin (psicoterapeuta e filosofo) che, pur non interessato ai trucchi dei prestigiatori ma solo alla loro “mente”, spesso arricchisce i nostri incontri con osservazioni e rimandi culturali tanto stimolanti quanto inattesi.

Oggi molti giovani si stanno interessando alla micromagia, un tempo molto più snobbata. Quali sono i libri su tale argomento che consiglieresti a chi si vuole dedicare a tale, difficile, branca dello spettacolo magico e quale consiglio regaleresti a chi volesse intraprendere una carriera professionistica da ‘micromago’ in ristoranti e locali che propongono tale servizio.

Rispondere a questa domanda mi ha preso molto tempo per pensare a cosa dire che non sia ovvio e scontato. Probabilmente, posso già anticipare, finirò con il non rispondere esaurientemente. Partendo dal fondo, desidero cominciare con il dire che non mi trovo oggi molto d’accordo con quella modalità di proporre i giochi di prestigio che prevede di andare da tavolo in tavolo, inframmezzandoli alle varie portare della cena. Io stesso ho, per molti anni, seguito questa moda del “Table Hopping” tuttavia, se da una parte essa risponde ad una domanda del mercato e, di conseguenza, permette di fare soldi, dall’altra mi sembra che con essa ci si ponga in una condizione che non ci offra, oggettivamente, le opportune condizioni per valorizzare la prestigiazione. Poiché amo molto il Close Up, ho recentemente provato a proporlo nel corso di alcune serate di “laboratorio” presso un piccolo locale della mia città dove, in una sala messami a disposizione, si sono fatte accedere 25/30 persone per volta per presentare loro uno spettacolo di circa 25 minuti che veniva poi ciclicamente ripetuto con un nuovo pubblico. So di avere inventato l’acqua calda poiché questo è ciò che si fa al Magic Castle di Hollywood, ma queste condizioni hanno creato un ambiente che ha permesso sia a me che al pubblico di meglio godere di quello che si stava facendo.

Per quanto riguarda un consiglio da dare a chi si avvicina al mondo dei prestigiatori (e non solo al Close Up), la prima raccomandazione che mi viene in mente è quella di fare il possibile per concentrarsi su di una cosa per volta: dopo essere stati ammessi ad un circolo, si è subito travolti da una montagna di informazioni e viene subito la voglia di fare tutto: dalla carta in tasca agli anelli cinesi, dall’apparizione delle colombe alla grande illusione, ecc.

Per chi, invece, volesse fare il prestigiatore come professionista, proprio non saprei cosa consigliare. Per quanto ovvio, posso però dire che ci sono sempre molte differenze, in qualunque settore, tra chi fa una certa attività per passatempo e chi la fa per professione e quello dello spettacolo, in generale e non solo per quanto riguarda i prestigiatori, non è da meno di altri ambienti professionali.

Tuttavia avremmo proprio bisogno di un maggior numero di “bravi professionisti”. A questo punto, per capirci, diventa necessario dire che cosa si intenda per “bravo professionista”. Ecco un altro argomento molto complesso che non credo sia possibile sviluppare in modo esauriente in questa sede (chissà potrebbe essere il tema per una conferenza). Forse la questione comincerebbe a configurarsi in modo diverso se, anziché di un generico “bravo” professionista, si cominciasse a parlare di un prestigiatore (professionista o no) con un coltivato senso di responsabilità: responsabilità verso se stesso, verso il pubblico, verso i giochi che sceglie. Diventare ed essere responsabili di ciò che si fa (qualunque cosa si faccia) implica il prendere atto e conoscenza di come ci si sta comportando e rendersi conto di quanto sia determinante il momento in cui ci si pone in rapporto con delle altre persone (e con il loro mondo interno).

Qualcuno leggendo penserà: “Belle parole, ma come si fa?”, “Dove si imparano queste cose?”. Certamente la via è quella dei libri e dell’insegnamento per contatto o “contagio” personale. Sui libri tecnici, da prestigiatori, continuo a ritenere di grande utilità lo studio degli autori più classici: Robert Houdin, Hofzinser, Erdnase, Vernon, Le Paul, Leipzig, Malini, Rosini, Ascanio. Sono letture che, se condotte in modo critico ed approfondito, risultano essere più difficili e complesse di quanto non si possa immaginare. Per gli autori moderni bisogna fare attenzione al fatto che oggi c’è un grande proliferare di pubblicazioni. Molti pubblicano per pure ragioni commerciali ma il loro lavoro si rivela di poco spessore. Di primo acchito (e certamente dimentico qualcuno), tra gli autori attuali che considero invece validi, mi vengono in mente Giobbi (non solo per l’amicizia che mi lega a lui ma perché, sinceramente, penso sia una persona di grande valore), Tamariz (per me un maestro), Ortiz (il suo Strong Magic), Fancini e Longhin (in “Il Coniglio di Alice” viene fornita una visione di grande spessore del lavoro del prestigiatore)..

Fin qui ho risposto alla tua domanda circa i libri che consiglierei a chi volesse studiare la micromagia ma un prestigiatore è prima di tutto una persona, dunque bisognerebbe anche pensare a come formare questa “persona”. Ci sono, insomma, anche libri non di prestigiazione che meritano di essere letti. Non posso “consigliarli” perché sono letture che io ho fatto per interesse personale e non posso certo sostenere che tutti debbano essere interessati a questi argomenti; penso però che, citando alcune di queste letture, io possa indirettamente raccontare come si è formato il mio modo di vedere le cose e, quindi, il mio modo di fare il prestigiatore. Cito solamente alcuni degli autori che più recentemente mi hanno appassionato, tra i quali: Savater (Etica come amor proprio) Charles Taylor (Il disagio della Modernità), Andrea Tagliapietra (Filosofia della bugia), John Keats (Lettere sulla Poesia), José Saramago (Il Vangelo secondo Gesù).

Colgo però questo rimando al tema dell’apprendimento e dell’insegnamento e, a questo punto, vorrei un po’ ribaltare la questione: anziché focalizzare l’attenzione sulle persone che si avvicinano alla prestigiazione, vorrei parlare, più in generale, di come dall’interno del mondo dei prestigiatori si agisce verso chi si avvicina. Va subito detto che questa non è, né vuole diventare, una critica verso coloro che, nei vari circoli, si impegnano con serietà e passione a trasmettere ai nuovi arrivati le basi, le regole ed i segreti di questa disciplina. Al contrario perché, come dirò tra un attimo, il lavoro di queste persone ha raggiunto un obiettivo molto importante. Prima però, voglio anche dire che credo sia necessario capire tanto che cosa si voglia fare quanto che cosa si stia facendo con gli insegnamenti offerti, ovvero: che classe di prestigiatori si vuole formare?

A me sembra che, mentre altre forme artistiche come musica, pittura, poesia, balletto, ecc. possano beneficiare di un pubblico composto da persone appassionate perché anche informate, questo tipo di pubblico “specializzato” sia per molti anni mancato nel nostro ambiente mentre negli ultimi decenni, attraverso la divulgazione commerciale, mediata dall’azione dei circoli, si sia formato, a livello mondiale, proprio questo tipo di persone, il che è un fattore molto positivo. Come ho già avuto occasione di dire in altra sede, è gratificante pensare di potersi esibire per gente che ha fatto un viaggio di diversi chilometri, a volte da un continente all’altro, per assistere ad uno spettacolo di prestigiazione: questo è quello che oggi avviene nei nostri congressi dove, credo di poterlo dire senza offendere nessuno, i partecipanti non sono tutti abili ed affermati professionisti ma, a questi, si mescolano centinaia di appassionati a livello di puro passatempo e che, tuttavia, costituiscono un pubblico prezioso.

Questo è dunque stato, mi si permetta di affermarlo, un importante obiettivo che, sebbene io non sappia dire se sia stato coscientemente perseguito, è stato certamente centrato. Ciò ci conduce direttamente alla domanda successiva.

L’attuale situazione dell’arte magica in Italia non è rosea. A parte le sporadiche apparizioni di professionisti di provato livello, come Silvan da Paolo Limiti o tu stesso al Costanzo Show, il video propone in continuazione personaggi come Casella e Casanova, divenuti nuove icone pubbliche che rovinano e svergognano la nostra arte. Quale pensi che siano le conseguenze di tutto questo sul pubblico e quali potrebbero essere le soluzioni per evitare il ‘disastro’?

Concordo sul fatto che, in questo momento, il pubblico non ha una buona immagine del prestigiatore, il che, come ovvio, si ripercuote anche sul mercato dello spettacolo professionale. La mia esperienza, come quella di altri professionisti, è però che, vinte le diffidenze iniziali, quando gli spettatori vedono un buono spettacolo di un prestigiatore lo riconoscono tale ed ammettono di averlo trovato molto gradevole, divertente e bello.

L’impressione che io ho è che si sia determinata una certa perdita di identità nel mondo dei prestigiatori. Per “evitare il disastro”, come tu dici, sarebbe utile tornare a saper fare il lavoro che ci è proprio e che, certamente, non è un lavoro facile per il fatto che, oltre alla battuta ed al guizzo di spirito bisogna saper fare oggettivamente bene il gioco di prestigio. Per quanto certamente sia difficile fare ridere, lo è ancora di più imparare bene un gioco di prestigio, spesso impegnativo per la tecnica manipolativa, cosicché si prende più facilmente la via di minore resistenza.

Resta però un problema da gestire mentre aspettiamo che “cambi il vento”. Da una parte il “sistema” ha formato un pubblico di appassionati ma, dall’altra, ha anche, di fatto, creato una sacca di persone che, con modalità di basso profilo e, spesso, dannose presentano pubblicamente quegli stessi giochi. Parlo volutamente di “sistema” perché non ho nessuna ragione né alcuna intenzione di prendere un atteggiamento accusatorio verso chicchessia. Neppure ha senso, né può portare ad alcun risultato, attaccare il mezzo televisivo che non ha come suo scopo principale (né credo di altro grado) quello di avvalorare in qualche modo l’arte della prestigiazione ma, solo, quello di perseguire i suoi obiettivi di ascolti anche se, a volte, lo fa con cattivo gusto. Mi rendo conto che qualunque critica o atto di indignazione contro questi “sistemi” così ampi ed impersonali, ci porterebbero solo a scontrarci contro il cosiddetto muro di gomma.

Mi sembra invece utile, cominciare a dire che questo grande ed impersonale “sistema” è per prima cosa composto da persone e che anche noi ne facciamo parte. Sostengo che potrebbe esserci molto più utile cominciare a fare quanto alla nostra portata per migliorare le nostre imprecisioni di pensiero (prima) e di azione (sua conseguenza). Il tutto poi senza immaginarci, in modo megalomanico, di “cambiare con ciò il mondo”, ma capendo ed identificando degli obiettivi concreti, misurabili e raggiungibili e comprendendo sin da subito che ci vorrà “tanto, tanto tempo”. Poi, se il lavoro sarà stato ben impostato, speriamo sia vero ciò che diceva Poincaré quando affermava che “Cause minime generano effetti considerevoli”.

In questo senso, io credo che ci sia una responsabilità ineludibile da parte di chi si assume il ruolo di insegnante. Nel trasmettere ciò che si sa ad un’altra persona non le si consegna solo la nozione tecnica del “come si fa” in senso semplicemente meccanico, ma si agisce anche sulla vita emozionale (affettiva) di questa persona, che lo si voglia o no, consegnandole anche una nostra visione del mondo cosicché l’insegnamento diventa un momento in cui si trasmette una forma di cultura. La cultura contemporanea (certamente non solo nell’ambito della prestigiazione) è sempre più ricca di aspetti, informazioni e nozioni tecniche mentre diventa sempre più povera di aspetti umanistici, il che, non ultimo anche in campo artistico, pone un serio problema. A me sembra che occorra fare attenzione a non confondere il concetto di informazione con quello di cultura, poiché la prima è solo una delle componenti di una realtà molto più vasta: non dimentichiamoci cioè della dimensione che ci rende umani, cioè di quella affettiva che così potentemente si manifesta nelle forme artistiche (dunque anche nella prestigiazione).

In questo senso sono convinto che sia veramente prezioso il contributo che persone come Fancini e Longhin portino nell’ambito dell’ASAP, il gruppo di studio di cui ho già parlato, in seno al quale si sta esplorando e si sta cercando di capire maggiormente la prestigiazione ed il modo di proporla, indagando questi aspetti della nostra mente che, così significativamente, si esprimono e si manifestano nei momenti in cui ci poniamo in relazione con le altre persone. Così come ritengo sia utile, in questo senso, lo studio del libro “Il Coniglio di Alice”, , che pure ci fornisce una visione del nostro lavoro come non possiamo ottenere da altre fonti.

Il ruolo di chi insegna è dunque fondamentale perché, con le nozioni pratiche egli trasmette un modello di riferimento che viene inconsciamente interiorizzato e, soprattutto, agìto, rinnovato e perpetuato dall’allievo. La domanda che ora viene istintiva è: “Qual è il livello di preparazione tecnica ed umana di coloro che insegnano?”. A questa domanda io non so dare alcuna risposta perché non conosco le persone che con tanta buona volontà si impegnano in questo. Posso però asserire che chi di loro agisce con lo scopo di voler aiutare i neofiti a meglio orientarsi in questo mondo della prestigiazione sta certamente facendo qualcosa di utile per formare un pubblico di appassionati competenti; chi di loro agisce pensando che, per hobby, creerà una nuova stella del firmamento internazionale, sta correndo il rischio di trasmettere i propri contenuti megalomanici e narcisistici a qualche giovane personalità, non ancora ben formata, con il rischio di creare una persona che potrebbe perdere il proprio senso della realtà e la propria capacità critica.

Concludo questa lunga risposta con una precisazione su megalomania e narcisismo che, da quanto ho detto e da come l’ho detto, potrebbe sembrare siano solo dei difetti della personalità. Credo possa essere invece utile cominciare con il renderci conto ed il riconoscere che tra le varie motivazioni che hanno mosso ognuno di noi verso la prestigiazione, c’è un po’ di componente megalomanica ed anche un poco di narcisismo, cioè il desiderio di apparire depositari di un potere ed il desiderio di sentirci dire che siamo bravi, cioè di sentirci apprezzati. Il che rientra in un comportamento che si può sicuramente definire “normale”. Per quanto sia difficile dire cosa sia la normalità, se non avessimo un poco di narcisismo mancheremmo anche dell’autostima che ci è necessaria per non svalutarci e ci annulleremmo come individui. Il punto cruciale è nella intensità (o qualità) con la quale, in ogni persona, queste componenti sono presenti. Un conto è godere e far godere agli altri di una cosa bella e gradevole che sappiamo fare, altra è provare soddisfazione nell’esibire un potere che si trasforma, per esempio, in forza prevaricatrice verso lo spettatore sino a giungere, nei casi limite, a ridicolizzarlo inutilmente e sottoponendolo alla pubblica gogna (in questo caso siamo in presenza anche di un atteggiamento sadico).

Qui c’è quello che io chiamo “il punto di fuga” dal quale comincia l’allontanamento (appunto la fuga) da una prestigiazione che, invece, potrebbe essere artistica, e mi domando: perché nel decidere come presentare un gioco, ad un certo punto, si stabilisce che invece di rendere il gioco divertente (nel senso etimologico di di/vertere cioè di allontanare lo spettatore da ansie ed angosce) decidiamo di creargli un disagio? Ovvero, perché nella mente di alcuni prestigiatori si forma la credenza (poi messa in atto) che, penalizzando una persona, il gioco possa essere divertente? Oltretutto c’è anche da notare che, in un certo senso “la cosa funziona”.

La risposta (nelle parole di Fancini, con il quale ho ampiamente commentato le mie idee qui esposte) è che “facendo così, mettendo cioè in gioco un atteggiamento sadico, si fa leva sulla quota di sadismo presente negli spettatori, cioè presente pur in misura diversa in ognuno di noi, ed, essendo in una situazione di collettività, cioè di gruppo, di folla, assume delle grosse risonanze”. Insomma, in gruppo ognuno di noi può ritrovarsi a fare cose che non oserebbe mai fare come individuo. Per la logica del gruppo, è come se la responsabilità di questa cattiveria si ripartisse tra tutti i presenti, sino a far sentire ciascuno del gruppo non responsabile. Mi torna alla mente un bellissimo libro di Martin Grotjahn (Saper ridere) nel quale l’autore scrive: “Con la crudeltà senza inibizioni dei tempi passati, la gente rideva liberamente degli storpi, dei paralitici, dei monchi, dei nani...”

“Il punto”, commenta ancora Fancini, “non è che non si capisca perché lo si faccia, perché si scelgano queste modalità per presentare un gioco, ma è che proprio perché lo si capisce non si è d’accordo. Questa è la responsabilità del prestigiatore: non suscitare le nostre parti peggiori. L’artista non punta sugli aspetti sadici, masochisti o sessuali, punta sulla capacità di godere della bellezza.”.

Le numerose videocassette didattiche esistenti sul mercato internazionale stanno purtroppo sostituendo i libri. Io sono un feticista della carta stampata e ritengo che lo studio di tecniche e giochi sui libri resti ancora il migliore, in quanto spesso le videocassette creano ‘prestigiatori in serie’ che seguono in tutto e per tutto quanto spiegato dal professionista sullo schermo, compresi presentazione e atteggiamenti. Qual è la tua opinione a riguardo?

Condivido il punto di vista che privilegia il libro al video e, ancor di più, l’insegnamento per contatto diretto con una persona che abbia le capacità umane di porsi in un positivo e vitale rapporto di relazione con colui al quale insegna. Questo pensiero non esclude, a priori, l’utilità del video nell’apprendimento. Ciò che qui diventa discriminante è la capacità critica (e come essa sia stata formata) dell’individuo che deve saper fare uso di quel supporto didattico senza subirne il plagio. È anche evidente l’utilità del video nella conservazione e trasmissione di certe informazioni: senza di esso non sarebbe stato possibile avere oggi testimonianza del lavoro di artisti quali Kaps o Cardini (per citarne solo alcuni), le cui esibizioni ci affascinano anche attraverso tale mezzo freddo e meccanico.

Mi viene anche in mente il fatto che oggi, in molti aspetti della vita moderna, ha molta importanza l’aspetto visivo. La prestigiazione, che è anche un’arte visiva, viene oggi troppo spesso avvicinata dagli addetti ai lavori come principalmente, se non solo, un’arte visiva. Questo modo di pensare ha trovato la sua più evidente conferma nelle modalità di presentare i giochi di prestigio che potremmo chiamare alla “Las Vegas” con giochi di luce, colore, clamore, nuvole di fumo.
Pensando così a questa corrente statunitense, che è quella che maggiormente condiziona il nostro lavoro, mi viene in mente il pensiero di Paul Viriliò il quale mi ha molto incuriosito con il suo concetto di “appiattimento ottico”. Sono inciampato su questa idea in un in un libro di Carlo Formenti (“Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet”). Il primo capitolo di questo libro si apre dicendo che “Paul Virilio, urbanista e filosofo affascinato dalle accelerazioni culturali provocate dai mezzi di comunicazione (Omissis) approda a una convinzione: le catastrofi antropologiche di fine millennio affondano le radici nel progressivo appiattimento dell’esperienza umana sulla dimensione puramente ottica dei fenomeni (Omissis) ”.

Nel mio modo di lavorare e di preparare un gioco da presentare al pubblico, pur tenendo ben presente il fatto che ciò che avviene debba essere ben visto, ritengo sia di grande importanza svolgere un lavoro da autore, soffermandosi a pensare ed a scrivere un testo, provarlo e metterlo pian piano a punto. Insomma mi sembra che, sebbene in certi casi sia utile avvalorare l’aspetto visivo dei giochi, è anche di grande importanza non dimenticare che ci sono altre dimensioni da salvaguardare e da comunicare al pubblico.

Il grande prestigiatore francese Robert-Houdin, mio modello storico, ebbe a dire che il ‘prestigiatore è un attore che recita la parte del mago’. Recentemente ti ho visto in disaccordo con tale affermazione, perché ritieni che il prestigiatore deve essere sé stesso anche sul palcoscenico. Personalmente, protendo più verso il pensiero di Robert-Houdin, in quanto non credo che si possa essere sé stessi quando ci si esibisce davanti ad un pubblico e già il fatto di controllare, gestire e drammatizzare certi atteggiamenti, rientra a mio giudizio, in un ambito di ‘recitazione’. Qual è dunque il tuo punto di vista?

Questa è un'altra domanda piuttosto complessa. In senso generale, volendo cominciare con il prendere una posizione equidistante, che dia spazio ad entrambi i nostri diversi modi di vedere le cose, direi che anziché affermare che “Il prestigiatore è un attore che recita ecc. ecc.” mi sembra che sia più utile dire che “Il prestigiatore può essere un attore che recita ecc. ecc.”, ovvero può scegliere di esserlo oppure può anche percorrere ed esplorare vie diverse.

Tu dici che “non credi che in scena si possa essere se stessi”, io penso che non si possa essere altro che se stessi, che lo si voglia o no, e lo si è in modo così esplicito e trasparente che coloro che abbiamo davanti percepiscono subito e decidono, in una manciata di secondi, se quell’esecutore gli piaccia oppure no (come persona intendo, prima ancora di poter dire se gli piaccia o meno quello che fa).

In questo senso, quando “fingiamo” un potere che ci permette di fare un gioco impossibile e miracoloso, nelle parole e negli atteggiamenti che scegliamo, “rappresentiamo” proprio le parti del nostro modo di essere più intimo e nascosto: forse rassicurati dal fatto che: “Tanto siamo in scena ed è ovvio che stiamo giocando e recitando”. Così, permettiamo a queste nostre parti nascoste di emergere con tutta la forza e la potenza della loro sincerità, e non ci accorgiamo di esserci così palesemente esposti, noi stessi ingannati dalla “finzione” di essere un attore che recita la parte di un potente mago.

Non c’è poi alcun dubbio sul fatto che, che per stare su di un palco ed esibirsi, il prestigiatore debba dominare delle tecniche teatrali ed attoriali che gli permettano di orientarsi correttamente sulla scena, di parlare in modo comprensibile, di avere una chiara percezione dei tempi teatrali, che ci si debba rendere ben conto che l’azione in scena non può essere piatta ed anodina come, a volte, lo è nella vita quotidiana (non a caso un interessante lavoro intitolato “Anatomia del Teatro”, dizionario di antropologia teatrale a cura di Nicola Savarese, introduce il termine di azioni “extra quotidiane” proprio per differenziarle per la maggiore carica di energia che in esse viene impiegata).

Nei giochi di prestigio, come nell’azione teatrale, è necessario dare una marcata e netta “progressione” all’azione affinché accada sempre qualcosa che possa attrarre e fissare l’interesse e, non a caso, in una precedente risposta, ho sostenuto l’importanza del testo nel lavoro del prestigiatore. Mi viene però da pensare che, oggigiorno, anche ad un manager aziendale o ad un politico che parlino in pubblico si richiede la capacità di stare in scena e si sa che, quanto più essi applichino tecniche di comunicazione corretta, tanto più risulterà convincente e memorabile ciò che dicono, ma penso sia azzardato e fuori luogo dire che per questo siano ora diventati degli attori (nel senso in cui lo erano Gasmann o Sordi). Rimangono un direttore d’azienda o un politico che sanno ben parlare in pubblico.

Così, la mia visione delle cose differisce da quella corrente e, pur senza pretendere di avere ragione ma ribadendo solo il fatto che per me rispecchia una visione coerente ed efficace anche dal punto di vista operativo, mi sembra che il prestigiatore sia più assimilabile ad un concertista che interpreti un brano di Bach, Mozart, Beethoven o di qualunque altro compositore, classico o contemporaneo. Egli (il musicista) non è nessuno di questi artisti e, soprattutto, non sta cercando di rappresentare, come attore, nessuno di essi nel momento in cui si esibisce. Quali pensieri, quale stato d’animo ricerca un tale tipo di artista prima di rendere visibile o nuovamente percepibile la bellezza di una pagina di musica scritta, dandole nuova vita attraverso la sua interpretazione?

Senza dubbio, il mio modo di vedere le cose parte dal fatto che non mi sono mai sentito a mio agio dovendo vestire un costume o cercando, in qualche modo, di dissimulare la mia identità. Ne consegue che, non sentendomi comodo, mi riesce difficile salire in scena per dare vita ad un personaggio, nei termini in cui ci si aspetta debba fare un attore, mentre mi trovo proprio bene ad essere presentato come un prestigiatore di nome “Aurelio Paviato”. Chissà che non sia anche significativo (ma non saprei come e perché) il fatto che non senta l’esigenza di usare uno pseudonimo. In questo senso, quando sono in scena, io non penso di essere un’altra persona né di voler rendere una maschera diversa che corrisponda a qualche immaginario collettivo o individuale: sinceramente, non penso di rappresentare un essere onnipotente e non sento l’esigenza di far credere che io sia un “mago” in tal senso, né mi interessa o intendo avere una posizione prevaricatrice o dominante verso il pubblico, approfittando del fatto che io so (e so dissimulare) cose che loro non sanno. Sì mi interessa avere il controllo scenico di tutto ciò che avviene per non farmi a mia volta prevaricare dal pubblico ed affinché lo spettacolo si produca in modo gioioso, positivo e vitale. Ovviamente mi rendo conto che, in quel momento, è la mia autorevolezza (non autorità) che “conduce il gioco”.

Chissà poi cosa volesse veramente dire Houdin con la metafora dell’attore! Certo che a tutti noi, sta così a cuore avvalorare l’arte del prestigiatore che, invece di dare risalto alle qualità ed alle caratteristiche particolari ed a volte uniche della prestigiazione, ci risulta più facile (anche per farci capire da un pubblico inesperto) fare ricorso a modelli già consolidati nella positiva considerazione di questo pubblico che, troppo facilmente, assimila il prestigiatore al cialtrone ed al truffatore e l’attore di teatro ad un “artista”.

Una domanda alla ‘Binarelli’. Se dovessi essere relegato su un’isola deserta, quali sono i cinque libri (non necessariamente magici) che porteresti con te?

Chissà che, con il mio modo di pensare, non sia già su di un isola deserta. A ben pensarci potrebbe essere solamente un’isola solo poco frequentata, ma ho la fortuna di avere tutti i miei libri ed esser gratificato dagli incontri e dalle visite di buoni amici.